Pratica-mente BF

febbraio 7, 2011 § Lascia un commento

Premessa al testo: per comunicare velocemente tra le persone che curano il progetto, è accaduto che per dire ‘biglietti della fortuna’ sia diventato comune usare ‘bf’

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Già utilizzare l’acronimo BF (Bigliettini della Fortuna) fornisce un’indicazione interessante, è il contrario dell’altro acronimo di dominio “globale”[1] FB che sta ad indicare il social network più conosciuto e utilizzato in ogni angolo del mondo.

Ecco, con i BF accade esattamente l’opposto di quello che accade con FB!

I BF sono nati per far sì che le persone si incontrino realmente e non virtualmente e che in maniera collettiva possano creare un “qualcosa” che li rappresenti come individui ma che al tempo stesso abbia la forza espressiva del gesto collettivo e partecipato che ne ha permesso la creazione.

I BF seguono la fortuna e vanno dove le mani li pescano. Si tratta di un progetto itinerante, un progetto senza casa ma che è libero di trovare casa ovunque. La casa di questo progetto è costituita da chi vuole realizzare e partecipare all’idea.

Lo scopo è visitare… altri luoghi, altre genti, altre espressioni, ad essere più precisi non siamo noi che visitiamo, è l’oracolo che visita, e che vede chi sei, e lo fa semplicemente per curiosità, per vedere com’è questa cosa un po’ bizzarra senza ne capo ne coda, ma con tutto un corpus di idee, emozioni e pensieri che lo costituiscono e lo dissolvono al tempo stesso.

Non vi è un obiettivo didattico ne tantomeno terapeutico, senza nulla togliere a tutte le forme di arte-terapia che hanno a che vedere con l’espressione più o meno libera del sé ma che immettono gli individui in un percorso ben preciso, e che concedono poco spazio a ciò che è esterno all’obiettivo terapeutico. Ecco quindi che i BF non hanno assolutamente questa rigida funzione terapeutica, perché già il fatto di incontrarsi, conoscere persone nuove, in un luogo accogliente e “maneggiare” carta e colori, ecco tutto questo è già terapeutico in sé, è questa forma di arte spontanea e libera che  crea bellezza.

Non si vuole dimostrare niente!

Si vuole semplicemente favorire una certa qualità nello svolgere del lavoro, guardare, registrare e osservare quello che succede, poi chissà in un futuro quando avremo il tempo e le energie necessarie, metteremo insieme il materiale raccolto e osservando il tutto magari ci verrà in mente di trasformarlo ancora in qualcosa d’altro: un libro, una mostra, uno spettacolo, un suono,  un cibo….

Denise Lombardi, antropologa. Belleville_ 6 febbraio 2011.


[1] Sul globale si legga « Melting plot e struzzi », sempre della sottoscritta che si prende il lussurioso lusso di autocitarsi.

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Biglietti dell’oracolo e struzzi

novembre 3, 2010 § Lascia un commento

Ogni volta che “inciampo” nel termine globale, ho un sussulto alle spalle.

È tutto globale. Il mercato, la moda, il cibo, la cultura, le genti… ed è tutto così globale che se osservo attentamente, di globale non vi è nulla. Nulla che non sia la possibilità di curiosare in tempo reale nella costruzione di vite altrui rappresentate dal palcoscenico che è internet.

Globale è una parola da struzzi.

Serve a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alla complessità che l’altro, lo straniero, ci offre. Complessità che per ragioni storiche e geografiche si declina e si esprime attraverso lingue diverse, abbinamenti cromatici arditi, gusti speziati, divinità incomprensibili, rituali severi e melodie inafferrabili. Tutto contribuisce a far sì che ognuno di noi gioisca, pianga, rida, soffra, pensi a modo proprio, portandosi appresso, in barba all’indirizzo nel quale risiede, miliardi di storie, di suoni, di visioni che ben poco hanno a che vedere con le città inquinate e postmoderne dove si vive in cerca di un futuro diverso, o semplicemente, in cerca di un futuro e basta.

Il fatto che non siamo in un mondo globale, ma in un mondo plurale, non significa che non si facciano I conti costantemente con l’altro. L’altro inteso come alterità totale, ognuno è altro per qualcuno.

È in un gioco di sguardi che si costituisce “l’altro”, ultima summa di una miriade di visioni, che fanno sì che ognuno sia custode dell’antichità del mondo e portatore di un presente in divenire. La persona, come entità individuale, piccola, singola, ma proprio per questo agile e veloce nei movimenti e nei pensieri, è capace di spostarsi e relazionarsi per creare e ricreare costantemente scenari in mutamento. Per muoversi non servono piedi veloci o connessioni virtuali, servono pensieri e sensibilità per trovare punti d’incontro che permettano di evitare la trappola riduzionistica della traduzione culturale o la gretta inutilità dell’etnocentrismo occidentale.

L’arte intesa come espressione del sensibile, può, se lo desidera, assolvere l’ingrato compito di farsi veicolo, di farsi mezzo di trasporto e meta al tempo stesso. L’arte permette di avvicinare l’altro, di facilitare l’incontro, di aprire la strada ad un cammino segnato da passi diversi, alcuni veloci, altri lenti o scalzi oppure chiodati, poco importa ma tutti intenti a lasciare un’impronta sul medesimo percorso.

E quando parlo di arte mi riferisco all’arte che ognuno di noi può esprimere, con gli strumenti naturali di cui si dipone, ossia la voce, l’udito e lo sguardo. Ed è in quest’ottica che I Bigliettini dell’Oracolo M. possono inserirsi a pieno titolo in un progetto più vasto elaborato all’insegna della multiculturalità. Multiculturalità intesa come scambio fluido e permeabile, attraverso il quale conoscere l’altro e conoscersi nel rapporto all’altro.

Il fatto stesso che il bigliettino sia un lavoro a più mani, permette una condivisione di emozioni, lasciando una libertà d’espressione che difficilmente ci concediamo.

L’utilità dei Bigliettini dell’Oracolo di M., risiede proprio nella loro apparente futilità. In fondo, si tratta di pezzetti di carta sommariamente decorati e a volte commentati, ma che racchiudono proprio nella libertà massima della loro esecuzione, il segreto del loro interesse e della loro forza comunicativa. Attraverso i Bigliettini e la libertà decorativa che ognuno può esprimere, si può pensare ad un nuovo canale di comunicazione, che grazie all’immediatezza e alla spontaneità del gesto creativo favorisca una relazione più spontanea, non filtrata dalle convenzioni sociali, che faccia essere l’arte linguaggio comunicativo tout court, un’arte che nasce dal basso, dalle cose semplici. Semplici come può essere la creazione dei bigliettini sorseggiando una tazza di tè, un momento collettivo, rilassato, gioioso e proprio per questo capace di regalare stupori e punti di vista inaspettati.

Denise Lombardi, antropologa in fughe messicane

Appunti Messicani

settembre 8, 2010 § Lascia un commento

Cosa facciamo quando disegniamo?

Senza scomodare i massimi esperti di epistemologia dell’arte, si potrebbe semplicemente rispondere che attraverso il disegno esprimiamo la nostra creatività, poniamo contorni alle nostre idee più bislacche o semplicemente traiamo spunto dagli oggetti che ci circondano e diamo loro una forma bidimensionale, trascriviamo, o meglio scriviamo nuovamente la realtà che ci appartiene. Una realtà che non necessariamente si situa nell’ambito del reale, spesso attiene all’immaginario, nel quale è possibile includere infinite realtà o innumerevoli mondi, non tutti tangibili, ma che contribuiscono a creare la percezione del reale in cui ognuno si situa.

Andiamo ancora un po’ oltre, e chiediamoci allora, cosa facciamo, quando disegniamo insieme ? Quest’ultima non è una condizione molto comune, il disegno o comunque l’espressione creativa del sé, è spesso visto come un atto solitario anche un po’ onanistico se vogliamo; quindi già l’idea di proporre un evento creativo a più mani, è un atto quasi sovversivo, che destabilizza il rapporto all’arte ma ristabilizza il rapporto all’altro… È un po’ questo, quello che accade con I Biglietti dell’oracolo M., ossia la condivisione allegra e disinibita di quello spazio “sacro” che è l’arte, “sacro” perché espressione del sé inteso come spazio privato, intimo, personale.

Ne I Biglietti dell’Oracolo M., è il gesto ad essere importante: qui prendono forma le emozioni, le visioni, i desideri, i viaggi, gli incontri, i timori, o semplicemente il quotidiano, e attraverso un rettangolo di carta porosa e ruvida, ognuno ha la libertà totale di esprimersi, con colori liquidi e pennelli magici che tratteggiano un po’ quello che vogliono loro e non solo quello che desidera il pittore del momento. E con un tratto appena abbozzato, un disegno compiuto, un accenno di ombra o una macchia di colore che inizia il gioco, e dopo un primo momento di spaesamento (“oddio ma io non sono capace a disegnare!” È la prima obiezione), ci si prende la mano, e non si vorrebbe più smettere. Si scopre cosi’ che tutti sappiamo disegnare qualcosa, e ci stupiamo della nostra capacità di esprimerci pittoricamente quando il bigliettino passa nelle mani di un’altra persona che deve apporre sul retro un’impressione, un’idea, un non-sense o l’associazione che il disegno ha suscitato…e già partecipare a questo gioco potrebbe essere sufficiente come esperimento ludico e creativo. Ma con l’oracolo proseguiamo ancora e arriva il momento in cui si estraggono i bigliettini, e qui il circolo virtuoso si compie (apparentemente) ma non si chiude, anzi si schiude alle infinite interpretazioni attribuite da colui che sorteggia il Biglietto, che diviene così un oggetto un po’ feticcio che dà un consiglio o un monito, o strappa un sorriso o una breve riflessione … e si potrebbe continuare all’infinito, tra una chiacchiera e un sorriso, un pensiero ingombrante e un disegno leggero, condividendo uno spazio mentale dove l’arte (quella “piccola” e personale) diviene collettiva e condivisa, ed assume una dimensione e una forza che trascende il segno del singolo soggetto e diventa linguaggio comune, nel quale é possibile ritrovarsi per confrontarsi e manifestare le proprie emozioni, e creare così, dall’insieme di colori e tratti apparentemente casuali, nuove interpretazioni, non soluzioni ultime, ma possibili piste da percorrere, seguendo tracce di colore e grafismi anarchici, per ricreare ciascuno a proprio modo cosmologie in perpetuo divenire. Vonnegut aveva ragione…

L’arte non è un modo per guadagnarsi da vivere. Ma è un modo molto umano per rendere la vita molto più sopportabile. Praticare un’arte, non importa a quale livello di consapevolezza tecnica, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti! Ballate ascoltando la radio. Raccontate storie. Scrivete una poesia a un amico, anche se non vi verrà una bella poesia. Voi scrivetela meglio che potete. Ne avrete una ricompensa enorme. Avrete creato qualcosa. Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, Minimum Fax, Roma 2006, pp. 27-28

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Denise Lombardi, antropologa e apolide riminese. Dottoranda in antropologia religiosa all’ École Pratique des Hautes Études- Sorbonne-Paris. Si occupa di neo-sciamanismo in Europa e Messico, per le sue ricerche sul campo segue sciamani Otomi che impartiscono conoscenze “ancestrali” ad Europei in cerca di nuove forme di spiritualità.

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